Domenica 19 Nov 2017
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INSEGNAMENTI PER CHI MUORE

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LA MORTE È L'UNICA COSA CERTA DELLA NOSTRA VITA. ALICE BAILEY SPIEGA PERCHÉ GLI UOMINI SI RIFIUTANO

. Pubblicato in INSEGNAMENTI PER CHI MUORE

Ci vuole coraggio per affrontare l’evento della morte e per formulare con precisione
le proprie credenze su tale soggetto.
Le statistiche dicono che ogni anno muoiono circa cinquanta milioni di persone.
Cinquanta milioni sono più della popolazione totale della Gran Bretagna, e costituiscono un vasto gruppo di esseri umani che affrontano la grande avventura.
Se tali cifre sono esatte, la dimostrazione della Risurrezione del Cristo e dell’immortalità riveste un’importanza assai maggiore di quanto possa supporre l’individuo. Siamo troppo inclini a studiare questi problemi dal punto di vista scientifico e da quello puramente egoistico e individuale.
La morte è il solo avvenimento che possiamo predire con certezza assoluta, eppure è l’avvenimento a cui la maggior parte degli esseri umani si rifiuta categoricamente di pensare, fino a quando non debba affrontarlo personalmente.
La gente affronta la morte in molti modi; alcuni vi associano un sentimento di autocommiserazione, e sono talmente preoccupati da ciò che debbono lasciare, da ciò che ha fine con loro e dall’abbandono di tutto ciò che hanno ammassato nel corso della loro esistenza, che il vero significato dell’inevitabile futuro che li attende, sfugge totalmente alla loro attenzione.
Altri lo affrontano con coraggio, comportandosi nel migliore dei modi visto che non vi è mezzo per sfuggirvi e la guardano in faccia con atteggiamento nobile, perché altro non possono fare. Il loro orgoglio li aiuta ad affrontare la circostanza.
Altri ancora rifiutano categoricamente di considerarne la possibilità; essi ipnotizzano se stessi ponendo la loro coscienza in uno stato di assoluto rifiuto del pensiero della morte, così che quando essa sopraggiunge, li sorprende all’improvviso; essi sono senza aiuto e non possono fare altro  se non morire.
L’atteggiamento cristiano, di regola, si traduce più precisamente in un’accettazione della volontà di Dio, con la risoluzione di considerarla come il migliore degli avvenimenti, anche se tale non appaia dal punto di vista dell’ambiente e delle circostanze. Una fede solidamente ancorata in Dio e nei Suoi disegni relativi all’individuo porta i credenti a varcare trionfalmente le soglie della morte, ma se qualcuno dicesse che questa non è altro che una forma diversa del fatalismo orientale ed un fermo credo in un destino inalterabile, essi lo negherebbero decisamente. Costoro si nascondono dietro il nome di Dio.      
La morte può, tuttavia, essere assai di più di tutto questo e può essere accolta in modo differente. Le si può assegnare un posto preciso nel nostro pensiero e nella nostra vita, e possiamo prepararci ad essa come ad una cosa inevitabile, ma semplicemente Portatrice di Trasformazione.
In tale modo facciamo del processo della morte parte integrante del piano della nostra vita.
Noi possiamo vivere con la coscienza dell’immortalità e ciò aggiungerà colore e bellezza alla nostra vita; possiamo alimentare la coscienza del nostro futuro trapasso e vivere nell’attesa del suo prodigio. La morte così prospettata e considerata come il preludio di una nuova esperienza vivente assume un significato diverso. Essa diventa un’esperienza mistica, una forma d’iniziazione che troverà il suo punto culminante nella crocifissione. Tutte le precedenti rinunce minori, tutte le morti anteriori non sono che il preludio di questo stupendo episodio del morire. La morte ci porta la liberazione -forse temporanea sebbene alla fine permanente- dalla natura del corpo, dall’esistenza sul piano fisico e dalla sua esperienza visibile. Essa ci libera dalla limitazione; e sia che si creda (come milioni di persone) che la morte non è che un interludio in una vita di esperienza costantemente acquisita, oppure il termine di ogni esperienza di tal genere (come credono altrettanti milioni di persone) non si può negare che essa segni una precisa traslazione da uno stato di coscienza ad un’altro
Se si crede all’immortalità e all’anima questa transizione può corrispondere ad una intensificazione di coscienza; mentre se predomina il punto di vista materialistico, essa può segnare la fine dell’esistenza cosciente. L’interrogativo cruciale perciò è il seguente: è immortale ciò che noi chiamiamo anima? Qual è il senso dell’immortalità.
I Tibetani parlano del processo della morte come dell’<entrare nella chiara luce fredda>. Probabilmente il miglior concetto che ci si possa fare della morte è considerarla come un’esperienza che ci libera dall’illusione della forma; ciò ci permette di comprendere chiaramente che quando parliamo della morte ci riferiamo ad un processo relativo alla natura materiale, il corpo, con le sue facoltà psichiche ed i suoi processi mentali.
Il quesito dunque può ridursi a questo; siamo noi un corpo e nient’altro che un corpo, oppure l’antica Scrittura Indiana era nel giusto quando affermava che:< Sicura è la morte per chi è nato, e certa è la nascita per chi è morto, quindi non dovresti affliggerti per ciò che è inevitabile …. Questo Spirito che dimora nel corpo di ognuno è immortale> Ci troviamo senza dubbio su un cammino che porta ad un valore degno e dinamico; altrimenti la vita sarebbe un inutile processo di peregrinazione senza scopo; vorrebbe dire conservare un corpo ed educare un intelletto che non ha valore alcuno né per Dio né per gli uomini: Sappiamo fermamente che non può esser così.
E’ il prolungamento del valore, ossia di ciò che vale la pena di raggiungere e la continuazione del persistente divino incentivo interiore che incalza a progredire, a creare, a giovare agli altri, e che per coloro che hanno conseguito il livello in cui il pensiero diventa possibile sembra racchiudere la chiave del problema dell’immortalità.   
Anche Socrate disse "nessuno sa cosa sia la morte, e se non sia la più grande delle cose buone. Nondimeno, essa è temuta come se fosse il male supremo…quando la morte si avvicina all’uomo tutto ciò che in lui v’è di mortale, si disperde; tutto ciò che in lui v’è di immortale e incorruttibile si ritira intatto”
Cristo con la sua opera insegnò che la morte deve avere termine, e che il destino dell’umanità consiste nella resurrezione dei morti. L’immortalità deve prendere il posto della mortalità. Per amor nostro, dunque, Egli sorse dal regno dei morti dando prova che le catene della morte non possono trattenere nessun essere umano capace di vivere come figlio di Dio.

Brani tratti da “Betlemme al calvario” di Alice Bailey - ed. Nuova Era (paragr.241-.)